La nascita di questo blog risponde ad esigenze precise, ed è frutto di anni e anni passati ad elaborare, a costruirmi e a distruggermi, a farmi e disfarmi. La nascita di questo blog è un’azione politica, è un grido disperato e rabbioso, è il dolore che troppe volte nella vita mi ha tolto il respiro ma anche la libertà che sono riuscito a prendermi strappando il mio corpo dalle mani del sistema.
Questo blog nasce perché è da sempre che mi sento stridere con il resto del mondo. Nasce perché il mio posto non è da nessuna parte, e allora ho voluto ritagliarmi uno spazio virtuale. Nasce perché il modo di fare politica comunemente inteso, cioè attraversare assemblee e collettivi, si è rivelato essere per me più dannoso che altro, e ne sono uscito ancora più incazzato di prima. Nasce perché ho sempre avuto parecchie cose da dire e nessuno spazio per dirle, perché amo scrivere da quando sono piccolo, perché sono sempre stato fuori posto; nasce perché porto sulla mia pelle le cicatrici della violenza punitiva e normalizzante che questo sistema agisce ripetutamente, ma nasce anche perché è proprio grazie a queste cicatrici se ora di questo sistema riesco a comprenderne il funzionamento e a proteggermi dalle sue insidie.
Il mio modo di fare politica è partire da me. Ed è da me che partirò ogni volta.
Sono una persona afab (che vuol dire assigned female at birth, ovvero assegnatə femmina alla nascita) che assume testosterone e non utilizza il nome anagrafico, e non metterei in evidenza il fatto di avere un genitale piuttosto che un altro se questo sistema non avesse articolato intorno a me e alle persone nate con la vagina – e socializzate automaticamente come donne – una condizione che definire come “oppressione” sarebbe riduttivo. Dico che sono afab perché è uno dei miei punti di partenza, perché essere afab costituisce parte del margine in cui sono situato, e perché è partendo dai costrutti che il sistema fa coincidere con l’avere una vagina che ho esperienza della realtà, di me e della vita – è partendo da questa subalternità che mi sono interfacciato e che ancora mi interfaccio con il mondo.
Sono afab ma non sono una donna, e non sono neanche un uomo; sostengo che il costrutto del genere non sia altro che uno dei tanti discorsi con cui il potere ci incasella, ci costruisce, ci normalizza. Per questo non mi definisco nemmeno trans*, né adotto nessuna delle definizioni che derivano dall’espansione delle categorie di genere operata dal movimento queer liberale (non-binary, genderfluid, agender, ecc.). E ovviamente non sono eterosessuale, ma non sono nemmeno omosessuale, bisessuale o pansessuale. Mi definisco, per dirla con Preciado1, un dissidente del sistema sesso-genere. Ho deciso ad un certo punto di far saltare in aria definitivamente i biocodici che mi sono stati impressi addosso, e l’ho fatto anche tramite l’assunzione di testosterone. Non ritengo che il testosterone sia l’unico modo per liberarsi da certe cose: credo che chiunque sia consapevole della pretestuosità di certi discorsi, costrutti e categorie possa elaborare il modo che ritiene più idoneo per sottrarre se stessə alle imposizioni dettate dal binarismo di genere. Non credo quindi che gli ormoni abbiano il significato che la società gli conferisce: sono un modo come tanti per riappropriarsi di sé. Per riorganizzarsi secondo altri parametri.
Sono nato e cresciuto in un quartiere popolare, cioè in un ghetto urbano tra il fumo, la cocaina, il crack, il metadone che prima era eroina, la gente che spaccia perché non arriva a fine mese e chi spaccia perché qui lo spaccio può essere anche un modo per entrare in conflitto con l’esistenza. Sono cresciuto tra i vicoli, i lotti, i parchetti di quartiere, i campetti di cemento, le case piene di gente ai domiciliari, le guardie che passano a fari spenti di notte, le perquisizioni randomiche e le retate nelle piazze di spaccio. Sono cresciuto tra le facce sfatte di quell3 che sono stat3 pres3 a calci dalla vita e rinchius3 tra queste colate di cemento, tra la rabbia e il disprezzo nati dalla consapevolezza che nascere qui non è come nascere in un qualsiasi altro posto. Sono cresciuto tra la sfacciataggine e le risate aspre della borgata, tra piccoli atti di resistenza quotidiana e quel “nonostante tutto” che spesso caratterizza le persone con la vita fatta a pezzi – e non potevo sapere, quando ero piccolo, che un giorno avrebbe caratterizzato anche me. Sono cresciuto guardando il sole tramontare dietro quei palazzoni grigi da cui spesso la gente s’è buttata per chiudere i conti con un sistema che non ti riserva nulla di buono quando nasci in questo angolo di mondo. Sono sempre stato povero, e ho capito che la povertà è una condizione esistenziale – è qualcosa che ti segna al di là di tutto, qualcosa che fa parte del sostrato più profondo di quello che sei. Ho sempre amato il mio quartiere, e lo amo di un amore così intenso che quando ci penso mi manca il respiro, mi si gonfia il cuore e mi viene da piangere. E’ a partire da questo preciso punto del mondo, da questo grigiore luminoso pieno di contraddizioni, che ho strutturato me stesso. E la periferia è diventata un po’ la mia pelle.
Scrivo tutto questo perché, come ho già detto, il mio modo di fare politica parte del mio corpo, e il mio corpo è situato in un margine ben preciso. E’ da qui che si sviluppano le riflessioni, le elaborazioni e le consapevolezze che ho maturato.
Il mio corpo è una frontiera politica di riscrittura e distruzione, è situato al di là dei limiti dell’umano, della decenza e del decoro; è il corpo di un mostro, di uno scherzo della natura, di un tossico col cervello bruciato, di quello che non capisci se è maschio o femmina, del malato di mente pieno di stereotipie, di un feticista sadomasochista; è il corpo di quello strano che sarebbe stato bene in un freak show2.
Ho intenzione di articolare in questo blog uno spazio di decostruzione, analisi e riflessione, perché credo che decostruire completamente noi stess3 e il sistema in cui viviamo sia una delle azioni più sovversive che possiamo fare.
La mia politica non è positiva: non c’è niente di salvabile nel tritacarne in cui ci troviamo a vivere, motivo per cui non chiederò mai a questa società di accettarmi. Non voglio integrarmi e vivere sereno, non voglio prendere parte a questo rituale necropolitico genocida che va avanti da secoli. Non farò finta di essere felice, nè starò qui ad elemosinare comprensione o a cercare approvazione da chi mi legge.
Sono incazzato da una vita. E sono incazzato perchè sono stato fatto a pezzi ripetutamente da un sistema che non lascia scampo, e perchè moltissim3 ogni giorno subiscono quello che ho subito io e cose ancora peggiori.
E, dal momento che il mio corpo è sempre stato scomodo, lo è anche il mio modo di fare politica.
Questo è uno spazio anarchico, cyberfemminista, antirazzista, dissidente, divergente e antiautoritario. E’ uno spazio postumano; è uno spazio di destrutturazione dell’esistente, uno spazio liberato, uno spazio in cui poter guardare cadere a pezzi i codici che compongono la realtà, uno spazio pieno di rabbia e disprezzo verso il sistema, uno spazio in cui potersi prendere una pausa per analizzare e riflettere le strutture entro le quali ci costringono a vivere.
Non ho nessuna soluzione a tutta questa merda. Non credo, volendo essere realista, che ci sia davvero qualcosa che si possa fare oltre allo scavarci delle nicchie di resistenza e proteggerle il più possibile dalle ingerenze sistemiche.
Quello che posso offrire sono le mie analisi e le mie esperienze – ovvero una buona parte di me stesso. Spero davvero che quello che faccio possa essere utile a qualcunə.
Grazie per essere arrivatə fino in fondo.
NOTE
- scrittore e filosofo la cui produzione letteraria ruota attorno a biopolitica, sessualità, pornografia e architettura ↩︎
- spettacoli che andavano in voga negli USA e nel Regno Unito a partire dal XIX secolo. Questi spettacoli prevedevano l’esibizione e la conseguente ridicolizzazione di persone considerate “anormali” poiché presentavano tratti fisici non conformi agli standard sociali; venivano per esempio fatte esibire persone con molti piercing o con caratteristiche fisiche considerate del sesso opposto rispetto a quello assegnato loro alla nascita, o persone con disabilità fisiche. Tutto questo aveva lo scopo di impressionare il pubblico, composto ovviamente da persone considerate “normali”, e tracciare una netta linea di confine tra, appunto, ciò che è normale o ciò che non lo è, con conseguente marginalizzazione, patologizzazione e ridicolizzazione dei corpi considerati difformi. ↩︎
