Decostruire la psichiatria e sovvertire il potere psichiatrico: per una riappropriazione dell’esistenza

Quando vieni assegnatə femmina alla nascita impari sin da subito, e a tue spese, che il tuo corpo non è realmente tuo e che tra te e il potere che vorresti avere su te stessə sia leggittimatə a frapporsi letteralmente chiunque. Pago da sempre un prezzo altissimo per aver deciso di autodeterminarmi in ogni più singola e piccola parte di me.

Quando sono stato risucchiato dall’apparato psichiatrico e imbottito di farmaci per anni il sottotesto nascosto dietro alle varie diagnosi che mi sono state fatte è sempre stato chiaro, anche se allora l’oppressione che mi veniva agita addosso era così totalizzante e schiacciante da non permettermi nemmeno di capire fino in fondo cosa mi stesse succedendo e perchè. L’intento di chi diceva di volermi aiutare era ovviamente quello di correggermi, e la correzione in questi casi passa sempre dalla punizone e dall’annientamento. Per tanti anni hanno cercato di distruggermi e riprogrammarmi, e vorrei tanto, oggi, poter dire che non ci sono riusciti. E’ vero, non mi hanno riprogrammato, e il mio corpo gliel’ho sottratto, questo è giusto che me io me lo riconosca, perchè ho lottato fino all’ultimo per strappare dalle loro mani ogni più piccola parte di me, e non era affatto scontato che ce la facessi. Però è vero che mi hanno distrutto, e che quando tutto è finito c’ero soltanto io sepolto da un’infinità di macerie. E’ vero che il mio corpo ora è mio davvero, ma è lacerato, dolorante, livido, fatto a pezzi. Per troppo tempo non ce l’ho fatta a vederlo, a starci a contatto, a rendermi conto dell’entità del danno. Ho fatto finta che non fosse successo niente, mi sono convinto che certe cose potessi archiviarle, coprire certe ferite sanguinanti e in qualche modo andare avanti. Non ho mai saputo come si fa a prendersi cura di cose così delicate e dolorose. Ma non credo che esista qualcuno che sappia sul serio come comportarsi davanti al vuoto e alla disperazione che causano certi vissuti. In realtà, non so nemmeno se sia realmente possibile farci qualcosa con tutto questo dolore, se sia davvero possibile elaborarlo in qualche modo. E spesso mi sono chiesto – nonostante in cuor mio la risposta già la sapessi – se è davvero questo quello che succede quando si subiscono certe violenze.

Ad ogni modo non sono mai stato bravo a fuggire da me stesso e dalla mia vita; ci ho provato un sacco di volte, nella disperazione più totale, ma alla fine sono sempre tornato. Stavolta non è stato tanto diverso.

Ancora oggi, a distanza qualche anno, faccio fatica a descrivere quello che mi è successo con il termine “abuso”, nonostante io sappia perfettamente che è questo quello di cui si tratta.

Questo articolo costituisce per me il primo tentativo di elaborare tutto questo e politicizzare una delle parti più importanti, complesse, delicate e dolorose della la mia vita.

Sono con te a Rockland
dove gridi in camicia di forza che stai perdendo al vero pingpong dell’abisso
Sono con te a Rockland
dove pesti sul pianoforte catatonico l’anima è innocente e immortale non deve morire in empietà in un manicomio armato
Sono con te a Rockland
dove cinquanta e più shock non faran mai tornare la tua anima al suo corpo da un pellegrinaggio verso una croce nel vuoto

Allen Ginsberg, “Urlo”

Nella critica che i movimenti e le realtà politiche fanno al sistema e allo status quo, il ruolo della psichiatria nella costruzione della realtà vigente viene ampiamente sottovalutato o non considerato affatto. E’, questo, uno dei motivi per cui molte delle elaborazioni e analisi politiche finiscono per preservare moltissime delle strutture soggiacenti all’organizzazione della società.

Siamo abituat3 a pensare al patriarcato coloniale capitalista come ad un sistema quasi in senso astratto di cui abbiamo evidenza constatando le oppressioni che subiamo – come il sessismo, il razzismo, l’omolesbobitransfobia o lo sfruttamento a cui ci sottopone il lavoro – e non consideriamo quali sono invece i pilastri con cui questo sistema ha edificato sè stesso, nè le tecnologie di cui si serve per agire il suo potere.

Insieme alla medicina tutta, la psichiatria è sicuramente uno di questi pilastri, e i dispositivi di cui si serve per plasmare la realtà sono in primo luogo discorsivi1, accompagnati poi da tecnologie2 di cui si serve per gestire la realtà che ha opportunamente codificato. Mi riferisco in questo caso agli psicofarmaci, ai manicomi prima che venissero chiusi, agli ospedali psichiatrici, al TSO, all’elettroshock e agli altri metodi di annichilimento del corpo, ai SerD e alle comunità per coloro che vengono definiti tossicodipendenti.

Il discorso psichiatrico è pervasivo e totalizzante, ha plasmato la realtà in cui viviamo al punto che non abbiamo mai avuto parole diverse da quelle che la psichiatria e, più tardi, la psicanalisi, ci hanno dato per intendere noi stess3, la nostra vita interiore e le relazioni con le altre persone. I binomi sano/malato, normale/anormale, sono entrati da secoli nel nostro sentire comune e influenzano la percezione che abbiamo di noi, delle persone con cui ci relazioniamo e di conseguenza il modo in cui decidiamo di organizzarci nella vita. La società in cui viviamo è strutturata su binarismi e per “funzionare” è necessario che ci si conformi quanto più possibile al polo, o binario, che non è considerato problematico. E’, questa, soltanto una delle moltissime conseguenze che ha il potere psichiatrico sulle nostre vite.

La psichiatria ci ha tolto la possibilità di pensarci al di fuori di essa e non è con una critica limitata all’utilizzo di metodi coercitivi o alla sovraprescrizione di psicofarmaci che questa cosa cambierà.

La creazione dei binomi sano/malato e normale/anormale è avvenuta (e avviene tutt’oggi, perchè il sistema per funzionare ha bisogno continuamente di reiterarsi e avere quindi un’auto-conferma dei suoi stessi assunti) a scapito di tutte le soggettività che risultavano essere “al di là” dei confini che la psichiatria stessa tracciava e che non sono mai stati realmente scalfiti. E’ sulla pelle di tutt3 coloro che stanno dalla parte “sbagliata” di questi binomi – sulla pelle di quell3 come me – che la psichiatria si è costituita e continua ad esercitare il suo potere.

Come ci spiega Foucault3, la psichiatria si è servita delle strutture disciplinari per mettere a punto tutta una serie di teorie sulla devianza. A tal proposito il panopticon progettato da Bentham facilitò il tutto: una struttura panottica era realizzata in modo tale da permettere ad un unico sorvegliante di osservare tutte le persone all’interno del carcere o dell’ospedale senza poter esser visto a sua volta – era quindi possibile produrre un sapere sui corpi reclusi partendo da una posizione doppiamente privilegiata. E in “Queer. Storia della comunità LGBT+” Maya De Leo sottolinea come il sapere sulla devianza che venne prodotto in epoca illuminista e nel secolo successivo era funzionale alla nascita e all’affermarsi del patriarcato coloniale capitalista moderno. Venne teorizzato un certo modello di realtà, e di conseguenza vennero delineate e patologizzate le soggettività che quella realtà potevano metterla in crisi. E’ questo il motivo principale per cui possiamo affermare che la psichiatria è una parte fondamentale del sistema in cui ci troviamo a vivere.

La patologizzazione dei comportamenti e delle sessualità dissidenti e della sofferenza causata dal sistema fa parte da sempre del modus operandi4 della psichiatria, e la correzione di queste “storture” è il suo fine ultimo.

Ho sperimentato in prima persona come la correzione passi sempre prima per la punizione e poi per l’annientamento. Sono sempre stato dalla parte sbagliata di qualsiasi binomio imposto dal discorso psichiatrico e, sebbene ad oggi questa sia una mia rivendicazione, ne pago le conseguenze da tutta la vita.

La psichiatria ha un funzionamento circolare e per esistere ed esercitare il suo potere ha costantemente bisogno di fabbricare nelle persone le stesse condizioni che poi va a patologizzare. In questo modo può prosperare in una costante auto-conferma delle sue tesi, che le serve a riaffermare continuamente le sue teorie rendendole oggettive e pervasive sotto ogni aspetto. Le tecnologie e i dispositivi di cui la psichiatria si serve e si è servita nel corso della storia – psicofarmaci, manicomi, TSO, strumenti e tecniche di contenzione e non solo – costituiscono l’apparato che è stato creato per soddisfare gli scopi di cui sopra.

Nei paragrafi a seguire spiegherò cosa intendo con queste affermazioni, e per sviscerare la mia tesi utilizzerò il costrutto della cosiddetta “tossicodipendenza” che, oltre a riguardarmi molto da vicino, trovo davvero sia lampante ed esplicativo.

Il concetto di tossicodipendenza (che nel corso della storia ha avuto diversi nomi, ad esempio tossicomania) è nato insieme alla psichiatria e alla medicina, ed è stato nel corso del tempo perfezionato e approfondito anche grazie alla psicanalisi e alla psicologia. La tossicodipendenza riguarda la patologizzazione di quei comportamenti sconvenienti, antisociali, e la sua invenzione risponde a dei bisogni precisi: in primo luogo il bisogno di creare un sistema normativo e medicalizzante attorno alle sostanze psicoattive e soprattuto attorno a chi ne fa uso, e di conseguenza regolamentarne l’uso e la disponibilità all’interno della società. Era fondamentale creare un sistema, un insieme di leggi e assunti scientifici, che non lasciasse alle persone il potere di avere potere sul proprio corpo grazie all’utilizzo di sostanze. Era – ed è – fondamentale che lo Stato avesse il pieno controllo sulle sostanze e sui corpi di chi ne fa uso. Le sostanze aprono nuove possibilità d’esistenza e lasciano aperti nuovi spazi per intendere e codificare il corpo e la realtà: in una società dove ogni corpo è strettamente controllato, sorvegliato, disciplinato, normalizzato secondo regole ben precise, la droga rappresenta una minaccia enorme.
Possiamo intendere l’atto di drogarsi come un atto di riappropriazione ed esercizio di potere sul proprio corpo – e il mondo in cui viviamo non permette a nessunə di avere potere su di sé: è stata anzi codificata una realtà in cui l’unico potere che possiamo prenderci è quello su altre persone. Per farla breve: non sei padronə del tuo stesso corpo, ma puoi agire potere sul corpo altrui se soddisfi determinati criteri (per esempio nascere con il pene ed essere di conseguenza socializzatə come uomo). E’ così che il sistema si reitera.

Non esagero quando dico che ci hanno rubato il corpo, e in questo la responsabilità della psichiatria è incalcolabile.
La droga potrebbe essere un modo per riappropriarci di noi stess3, ridefinirci e riorganizzarci da zero, fuori dagli schemi entro cui ci costringono ad esistere.

La creazione di una società che avesse al suo interno le condizioni per il prosperare di quelle che vengono definite malattie psichiatriche tramite l’invenzione di standard di “normalità” sono passaggi fondamentali per comprendere il mondo in cui viviamo oggi.
E’ stato dimostrato come in altre società sia stato possibile intrattenere un rapporto diverso con le sostanze, e come il consumo compulsivo delle stesse dipenda dal contesto in cui ci troviamo a vivere. In pratica ci hanno costruit3 come potenzialmente dipendenti e hanno al tempo stesso creato un apparato di punizione-normalizzazione in cui incasellarci, patologizzarci e “correggerci” per riconfermare le loro stesse teorie. Per esempio: i SerD esistono perché esistono lə tossicodipendenti – che sono al tempo stesso stat3 creat3 dal discorso psichiatrico circa concetto di dipendenza e il cui modo di consumare droghe è influenzato dal consumo compulsivo di qualsiasi cosa – cibo, videogames, serie tv, ecc. – a cui ci abitua la società, e che è in realtà molto utile alla stessa in termini di mercato e profitto.

E’ questo che intendo quando dico che la psichiatria ha un funzionamento circolare. Funziona in effetti come un cerchio che si autoalimenta di sé stesso in continuazione.

Il rapporto che si configura tra psichiatra e paziente (o tra psicologə/psicoterapeuta e paziente) è una relazione di potere, strutturata su principio grazie al quale il potere agisce, s’insinua e interviene per modellare, correggere, punire e normalizzare. Questo principio non è altro che il totale accesso dellə psichiatra/psicoterapeuta ai vissuti dellə paziente, ai suoi pensieri, al suo modo di intendere la vita, al modo in cui organizza sé stessə, e, per contro, la totale impossibilità dellə paziente di poter avere accesso a qualsiasi dato circa la persona alla quale si sta rapportando. E’ questo che rende possibile l’operato della psichiatria: il fatto che chi si consegna ad unə psichiatra sia in una posizione di vulnerabilità e quasi totale assenza di difese. Lə psichiatra detiene un sapere che lə paziente non può far altro che accettare e subire – e più ci sono intersezioni di oppressione a situarsi in questo rapporto, più sarà difficile sottrarsi a questa manipolazione.

I primi due psichiatri da cui sono stato erano uomini. Era, per me, molto più difficile riuscire ad esprimermi o comunicare le mie necessità. Non riuscivo mai a contraddirli e, per certi versi, mi incutevano anche un certo timore – specialmente uno di loro. In generale non sono mai stato in grado di contrastare le decisioni che venivano prese sul mio corpo, nemmeno quando è stato ritenuto opportuno riempirmi di psicofarmaci al punto da causarmi poi problemi di salute. L’asimmetria di cui ho parlato poco fa, il fatto di non sapere nulla su chi mi stava davanti, mi portava inevitabilmente ad idealizzarl3 e a raccontarmi cose che non erano assolutamente aderenti a quella che poi era la realtà. Quando non hai la possibilità di sapere realmente con chi ti stai rapportando, cominci a darti risposte da te e spesso le cose che pensi ti portano a farti un’idea completamente fuorviata di ciò che ti sta succedendo. Ancora oggi mi chiedo se pensassi di loro tutta una serie di cose – tipo che alla fine avevano davvero a cuore il mio bene, che erano persone preparate e intelligenti – per sopportare quello che mi stavano facendo oppure perché lo pensavo davvero. Non sono mai riuscito a darmi una risposta. Sono però convinto che sia questo uno dei funzionamenti fondamentali del potere: far sì che la persona che quel potere lo subisce sia assuefatta e manipolata circa il potere stesso che le viene agito addosso, non lo riconosca nemmeno e che quindi si viva quella situazione in modo tutt’altro che conflittuale.

A prescindere dal potere diretto che esercitano all’intero di quella che viene chiamata relazione terapeutica, psichiatr3 e psicologh3 vengono vist3 come coloro che detengono il sapere circa la mente umana; circa il funzionamento del cervello. Il filone organicista (una delle due correnti di pensiero maggioritarie all’interno della psichiatria) sotteso alla convinzione che essere depress3 sia un po’ come avere la febbre e che quindi la depressione vada assolutamente curata con farmaci creati appositamente affonda le radici nella cosiddetta teoria dello squilibrio chimico, secondo la quale le varie patologie psichiatriche causerebbero degli squilibri nel cervello che devono essere aggiustati tramite l’utilizzo degli psicofarmaci. Nonostante non ci siano evidenze reali a sostegno di questa tesi, come Peter Breggin ci fa notare nel suo studio4, e nonostante le diagnosi psichiatriche non si basino su esami clinici ma su un giudizio dei “sintomi” comportamentali5 che devono essere abbastanza numerosi da soddisfare i criteri indicati nell’ultima edizione del DSM circa il disturbo che si sta considerando, la branca organicista è ancora oggi incredibilmente forte all’interno della psichiatria.
Sono stati inoltre condotti studi su come in realtà la depressione nella maggior parte dei casi presenti un suo decorso e regredisca da sé (Gotzsche6), e come siano in realtà gli psicofarmaci ad interferire con la produzione degli ormoni che regolano l’attività cerebrale (Breggin) – motivo per cui la dismissione degli psicofarmaci è qualcosa da prendere sempre molto sul serio in quanto può portare ad avere problemi anche molto gravi.

Ad ogni modo, il fatto che chi ha a che fare con quella che viene definita salute mentale goda di una certa autorevolezza circa il sapere che detiene sulla “mente umana” fa sì che psichiatr3 e psicologh3 partano aprioristicamente da una posizione di potere in quanto detentor3 di un sapere esclusivo che al tempo stesso spaventa e affascina: il sapere sul funzionamento del cervello umano e sulle sue malattie. In effetti, quello che è successo nel corso degli ultimi due secoli e mezzo – per riprendere ciò che ho scritto all’inizio – è stato in primo luogo che la psichiatria ha creato la normalità e di conseguenza l’anormalità; si è resa poi responsabile, insieme alla psicanalisi, della codificazione del vocabolario che usiamo ancora oggi per parlare di noi e del nostro malessere. Il nostro corpo è stato profondamente colonizzato dalla psichiatria e dalla psicanalisi, molto più di quanto riusciamo a renderci conto.

Per quasi dieci anni mi sono stati somministrati psicofarmaci in dosi così alte che ad un certo punto ho iniziato ad avere problemi di salute; c’erano periodi in cui dormivo per più di 14 ore al giorno e nell’ultimo anno prima di iniziare a sospenderli spesso capitava che mi facevo la pipì addosso, sia di giorno che di notte.
Credo che l’accanimento sul mio corpo sia avvenuto per diversi fattori strutturali. In primo luogo, sono una persona afab che ha scelto di non essere una donna. Moltissimo del lavoro di normalizzazione operato dai farmaci e dalla psicologa da cui andavo era quello di costringermi ad essere una donna, a performare quella che si ritiene sia la “femminilità”; inoltre, ero tossico, e quando sei tossicə e vieni socializzatə come donna il tuo corpo viene percepito come sfondato, senza limiti, slabbrato: penso quindi che abbiano potuto riempirmi di farmaci senza farsi troppi scrupoli di coscienza, perché “tanto questa qui è abituata a sfondarsi”. Era evidente che in tutto questo ci fosse un forte intento punitivo e normalizzante al tempo stesso. Era evidente che ci fosse la convinzione che del mio corpo si potesse abusare perché è un corpo che ha distrutto i limiti della donna, del concetto di normalità. Non solo: credo anche che si accorgessero della fascinazione che provavo per chi percepivo essere come più coltə di me, che è una cosa, questa, che mi deriva dall’esser povero e dall’esser nato e cresciuto in un contesto in cui non è previsto che si acceda al sapere e alla cultura.

Nella mia condizione, il loro potere ha potuto agire senza alcun intralcio. Ed è in questo modo che sono stato espropriato dalla gestione del mio stesso corpo.

Ho passato anni ad odiarmi per ciò che sono. Mi dicevo che se la persona che sono è quella a cui è successo tutto questo, a cui sono successe certe cose, allora dovevo scappare da me, essere qualcos’altro. Essere me è sempre stato tanto, troppo rischioso. Quando sono riuscito a liberarmi dallo strapotere della psichiatria e a dismettere gli psicofarmaci, per parecchio tempo ho creduto che non ce l’avrei più fatta a sostenere questo rischio. A rischiare, ancora una volta, di essere me. Senza nemmeno rendermi bene conto di quello che stava succedendo, una delle tante cose che ho fatto è stata provare a fuggire da tutto questo dolore, dalla disperazione, dalla paura, dal fatto di sentirmi fatto a pezzi, livido, esausto. Ho preteso di far finta di niente; di comportarmi come se non fosse successo nulla; di provare ad avere una vita normale e sentirmi a mia volta normale tra gente normale. Evitavo accuratamente di pensare a quello che mi era successo sia con l3 psichiatr3 sia nel periodo immediatamente successivo alla dismissione degli psicofarmaci. Continuavo a stare malissimo, ad avere episodi che sarebbero definibili con il termine di “psicosi”, eppure cercavo con tutto me stesso di dimenticare ogni cosa, di scordare come e perché ero arrivato lì – di dimenticarmi di me. Mentre tutto questo avveniva, non mi rendevo davvero conto di quello che stavo facendo. Penso sia stata una reazione automatica di difesa e autotutela di cui nemmeno riuscivo ad essere consapevole. Ad un certo punto la calma piatta che cercavo di costruirmi intorno però ha cominciato a vacillare e a spezzarsi, e ho dovuto cominciare a guardare quanto stavo sanguinando.

Questo testo nasce dall’esigenza di cominciare a mettere nero su bianco una parte fondamentale di me e della mia vita per politicizzarla e provare ed elaborare, per quanto possibile, tutto il dolore che ne deriva.

Questo scritto sarà il primo di una lunga serie di articoli che scriverò su psichiatria, psicanalisi e psicofarmaci.


Spero che tutto questo mi aiuti a rimettere insieme i pezzi di me stesso che ancora non ce la faccio a toccare.


NOTE

  1. cioè organizzati tramite discorsi e teorie che vengono considerate oggettive. ↩︎
  2. utilizzo il termine “tecnologie” nell’accezione foucaultiana. Una tecnologia può essere considerata un “mezzo” di cui di serve un determinato apparato per esemplificare il suo potere; ad esempio gli psicofarmaci possono essere intesi come una tecnologia del potere psichiatrico. ↩︎
  3. M. Foucault,”Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”. ↩︎
  4. Pete Breggin, “La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie”. ↩︎
  5. Chiara Gazzola, “Divieto d’infanzia. Psichiatria, controllo, profitto”. ↩︎
  6. Peter C. Gotzsche, “Psichiatria letale e negazione organizzata”. ↩︎